In classe parliamo delle classi sociali alla metà del XIX secolo.
Non era difficle: potevi essere nobile, appartenere al clero oppure
molto più facilmente, essere uno del popolo, il famoso Terzo Stato,
all'interno del quale erano compresi ricchissimi mercanti, banchieri
potenti, contadini in stato di semi-schiavitù ed operai, anche
bambini. Ho chiesto alla classe di paragonare la situazione con
quella di oggi per capire se ancora oggi vi fossero divisione di
quel tipo. Hanno detto che no, siamo tutti uguali, tranne il clero,
che però è marginale, ed i politici, che corrispondono alla nobiltà
del passato. Ho chiesto loro se le differenze di reddito non
determinassero gruppi distinti: hanno detto che no, siamo tutti
uguali, I ricchi sono stati più bravi o più furbi, che poi è forse
la stessa cosa. Ho pensato che sono privi di invidia sociale verso
chi ha di più e mi è sembrata una cosa buona. Riversano la rabbia
verso un gruppo ristretto, identificato con i politici, che sono
tutti uguali. Ah, no. Non solo: ce l'hanno anche con gli stranieri,
soprattutto quelli dei barconi, con i ladri, con gli zingari. Poco
con i mafiosi, che sono lontani. Un po' con gli insegnanti, che
invece sono vicini e non tutti fanno bene il loro lavoro.
Il paese intorno a loro sussurra, discute, commenta: in poche
parole loro loro sintetizzano un clima, amplificandolo.

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