domenica 12 ottobre 2014

amplificatori

In classe parliamo delle classi sociali alla metà del XIX secolo. Non era difficle: potevi essere nobile, appartenere al clero oppure molto più facilmente, essere uno del popolo, il famoso Terzo Stato, all'interno del quale erano compresi ricchissimi mercanti, banchieri potenti, contadini in stato di semi-schiavitù ed operai, anche bambini. Ho chiesto alla classe di paragonare la situazione con quella di oggi per capire se ancora oggi vi fossero divisione di quel tipo. Hanno detto che no, siamo tutti uguali, tranne il clero, che però è marginale, ed i politici, che corrispondono alla nobiltà del passato. Ho chiesto loro se le differenze di reddito non determinassero gruppi distinti: hanno detto che no, siamo tutti uguali, I ricchi sono stati più bravi o più furbi, che poi è forse la stessa cosa. Ho pensato che sono privi di invidia sociale verso chi ha di più e mi è sembrata una cosa buona. Riversano la rabbia verso un gruppo ristretto, identificato con i politici, che sono tutti uguali. Ah, no. Non solo: ce l'hanno anche con gli stranieri, soprattutto quelli dei barconi, con i ladri, con gli zingari. Poco con i mafiosi, che sono lontani. Un po' con gli insegnanti, che invece sono vicini e non tutti fanno bene il loro lavoro.
Il paese intorno a loro sussurra, discute, commenta: in poche parole loro loro sintetizzano un clima, amplificandolo.


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