Oggi una mia collega mi ha detto che si sentiva Alice nel paese delle meraviglie, ovvero in mondo dove tutto è capovolto, al contrario. Si riferiva in particolare alle bidelle, che ci avevano appena ordinato, a noi insegnanti ed alunni, di non spostare le sedie e i banchi perché poi a loro toccava sistemarle.
A me la similitudine del mondo capovolto ha risvegliato qualcosa, ha dato senso ad una percezione confusa che mi ha accompagnato in questi primi giorni di scuola. Mi sono sentita così mentre cercavo un planisfero da appendere in classe e non lo trovavo, mentre recuperavo il planisfero tramite amici, mentre adattavo con lo scotch i listelli di una vecchia carta dell'Italia sbrindellata alla mia nuova; mentre svuotavo i cassetti dal materiale dell'anno scorso e c'era così tanta polvere che ho cominciato a starnutire; mentre salivo su un banco (vietatissimo, una violazione inammissibile alle norme di sicurezza più elementari) cercando di appendere il planisfero all'unico chiodo che c'era, mentre verificavo che i computer delle mie classi funzionassero e non trovavo la batteria corrispondente al portatile, mentre accendevo un secondo pc e mi comparivano avvisi continui di aggiornamenti da istallare, antivirus scaduti, mentre arrivavano i ragazzi il primo giorno e qualcuno non aveva i compiti, qualcun'altro aveva perso il libro, qualcuno piangeva perché i compagni come sempre lo escludevano, qualcuno alzava la mano di per chiedere di andare in bagno proprio nel momento in cui il registro elettronico non si apriva sulla classe giusta. Mi sono sentita in un mondo capovolto, dove tutti intorno a me e soprattutto sopra di me parlavano di buona scuola, di inclusione, di valutazione e di meritocrazia mentre io mi dibattevo tra software e listelli per trovare il tempo di parlare con gli alunni della meraviglie della lettura, della magia delle parole e del fascino della storia. Quando la nuova ragazzina problematica mi ha confidato scendendo le scale che lei aveva un'anima ma lo specchio gliel'ha rubata, io ci ho creduto.
mercoledì 17 settembre 2014
giovedì 11 settembre 2014
capro espiatorio
Le quattro ore di corso di formazione in materia di sicurezza (livello avanzato, era livello avanzato!) non sono passate senza danni. Ieri eravamo tutti zitti, un brusio di sottofondo quasi impercettibile: la prospettiva di tutto il tempo che avremmo dovuto passate a cercare di ascoltare nozioni per lo più vaghe ci annichiliva. Questa mattina, dopo le rielaborazioni notturne, in sala insegnanti si è scatenato il finimondo. Una collega sempre molto informata (ce ne sono anche da voi, vero?) ha voluto puntualizzare che per legge dovremmo fare 8 ore di corso, non le andava di non essere in regola, riteneva giusto farlo presente al dirigente. Il collega più anziano del gruppo, Bortolotti di arte, ha finto di inciampare e le ha schizzato il caffè bollente sulla camicia azzurra, mentre Peppino il napoletano di educazione fisica ha sentenziato:" Quella cretina di ieri qui dentro non ci mette più piede. L'avete sentita quando ha detto che in tutte le palestre che ha ispezionato ha trovato le porte di emergenza bloccate dai box per le palle? ". Abbiamo cercato di convincerlo che era un esempio, che non doveva prenderla come una offesa personale. "nessun problema, ma se la vedo avvicinarsi alla scuola le taglio le gomme". A quel punto la collega Camilla, mite e occhialuta insegnante di matematica ha sussurrato: "Anch'io". L'abbiamo guardata allibiti e lei ha aggiunto, tremante di rabbia: "Si è lamentata del brusio.Ha detto che non poteva parlare tanto tempo con quel brusio di sottofondo".
Un silenzio imbarazzato.
" Lei aveva il microfono, Noi non ce l'abbiamo, in classe, il microfono".
Si è messa a piangere, subito abbracciata dalla competente collega Marsico, che a volte sa essere umana.
A volte si ha bisogno di un capro espiatorio. Per ogni evenienza abbiamo cercato l'indirizzo della deliziosa ingegnere della sicurezza.
Un silenzio imbarazzato.
" Lei aveva il microfono, Noi non ce l'abbiamo, in classe, il microfono".
Si è messa a piangere, subito abbracciata dalla competente collega Marsico, che a volte sa essere umana.
A volte si ha bisogno di un capro espiatorio. Per ogni evenienza abbiamo cercato l'indirizzo della deliziosa ingegnere della sicurezza.
mercoledì 10 settembre 2014
sicurezza
Questa mattina abbiamo seguito il consueto corso di formazione sulla sicurezza. Lungi da me sottovalutare i rischi delle cadute lungo le scale, ma mentre andavo a scuola alla radio davano la notizia relativa allo stato del clima. Parlavano di notevole aumento dei gas serra, di acidificazione dei mari, di scomparsa delle api eccetera eccetera. Non sono una accanita fans degli apocalittici, ma mi è apparso per un attimo surreale recarmi a un corso per evitare ogni possibile rischio all'interno di un edificio mentre tutto intorno il mondo potrebbe andare allo sfacelo.
E comunque il corso è stato prevedibilmente noioso. Un momento di emozione c'è stato, però, alla visione di un video nel quale una ignara ragazza viene ripresa dalle telecamere mentre fa benzina al distributore: nel momento in cui estrae la pompa questa prende fuoco a causa di una scintilla scaturita dalla sua felpa acrilico cento per cento. Mi è venuto in mente Crozza quando imita Montezemolo che gioca a fare il povero indossando i maglioni che fanno le scintille.
In conclusione abbiamo capito che dobbiamo fare benzina in cachemire o seta, soprattutto la mattina mentre andiamo al lavoro, perché poi la classe rimane scoperta e addio sicurezza.
E comunque il corso è stato prevedibilmente noioso. Un momento di emozione c'è stato, però, alla visione di un video nel quale una ignara ragazza viene ripresa dalle telecamere mentre fa benzina al distributore: nel momento in cui estrae la pompa questa prende fuoco a causa di una scintilla scaturita dalla sua felpa acrilico cento per cento. Mi è venuto in mente Crozza quando imita Montezemolo che gioca a fare il povero indossando i maglioni che fanno le scintille.
In conclusione abbiamo capito che dobbiamo fare benzina in cachemire o seta, soprattutto la mattina mentre andiamo al lavoro, perché poi la classe rimane scoperta e addio sicurezza.
martedì 9 settembre 2014
gli schizzi
Quando piove fango gli schizzi arrivano dappertutto. Così il mio collega Peppino, napoletano trapiantato al nord da vent'anni di precariato, ha sintetizzato la situazione. Non ha detto fango, ovviamente.
Ci sono studi molto seri e approfonditi su come funzionano i gruppi in generale e in ambito lavorativo in particolare. Immagino che la teoria degli schizzi sia stata elaborata in una versione più raffinata di quella di Peppino.Elaborazione o meno, gli schizzi arrivano.
Ci sono studi molto seri e approfonditi su come funzionano i gruppi in generale e in ambito lavorativo in particolare. Immagino che la teoria degli schizzi sia stata elaborata in una versione più raffinata di quella di Peppino.Elaborazione o meno, gli schizzi arrivano.
venerdì 5 settembre 2014
Al bar
Questa mattina mi sono fermata per un caffè al bar, prima del lavoro. Avevo un'espressione piuttosto cupa e così sono stata subito circondata da simpatiche battute, tutte sul tipo "Certo che deve essere dura tornare al lavoro dopo tre mesi di ferie!" accompagnate da sorrisini e postille imperdibili: "E adesso vi danno anche l'aumento!". Naturalmente non discuto, non spiego, non insulto; mi limito a rispondere con battute che cercano un equilibrio tra simpatia e perfidia. Poi una conoscente mi affianca e non perde la ghiotta occasione di poter parlare con un'insegnante: suo figlio sta per iniziare la seconda elementare e cambierà maestra. La conosco? E' severa? Urla come la collega? Ma è brava?
Di fronte al l'ultima domanda mi blocco e le chiedo: "In che senso, brava?".
La signora svicola e rapidamente calcola quali insegnanti dovrebbe avere suo figlio quando arriverà alle medie. Una mia collega non le piace, troppo rigida, l'altra nemmeno, si dà troppe arie. "Ne parlo come persone, come insegnanti non mi permetto". Intanto però si permette di raccontarmi aneddoti esemplificativi del perché le mie colleghe non la convincano proprio. le dico che io non credo sia il caso di parlare al bar di altri insegnanti. Allora lei conclude con un ovvio: "Spero tanto che mia figlio potrà avere te". Mentre pago il caffè aggiunge: "Ma tu sei di quelle che portano le classi in gita due giorni?". No, le dico, io li porto un giorno.
"Allora niente, speriamo abbia un'altra prof".
Buona giornata e buon lavoro, a tutti.
Di fronte al l'ultima domanda mi blocco e le chiedo: "In che senso, brava?".
La signora svicola e rapidamente calcola quali insegnanti dovrebbe avere suo figlio quando arriverà alle medie. Una mia collega non le piace, troppo rigida, l'altra nemmeno, si dà troppe arie. "Ne parlo come persone, come insegnanti non mi permetto". Intanto però si permette di raccontarmi aneddoti esemplificativi del perché le mie colleghe non la convincano proprio. le dico che io non credo sia il caso di parlare al bar di altri insegnanti. Allora lei conclude con un ovvio: "Spero tanto che mia figlio potrà avere te". Mentre pago il caffè aggiunge: "Ma tu sei di quelle che portano le classi in gita due giorni?". No, le dico, io li porto un giorno.
"Allora niente, speriamo abbia un'altra prof".
Buona giornata e buon lavoro, a tutti.
mercoledì 3 settembre 2014
alla tv si parla di scuola
Di scuola parlano tutti. Gli insegnanti, ovviamente, poichè si tratta del loro lavoro ed un argomento che offre numerosi spunti; gli alunni, perché è uno dei punti centrali della loro vita; i genitori, radunati davanti alle scuole prima e dopo aver accompagnato i figli, al bar mentre fanno colazione, al telefono tra amici, con il marito, con la moglie; i politici che se ne occupano e che non perdono l'occasione di provare a dire la loro.
Anche quest'anno non mancano i riflettori puntati su di noi: annunciato oggi un periodo di ascolto di tutti gli interessati all'argomento. E' una cosa che ormai mi dà una specie di disgusto: vorrei che tutti si preoccupassero d'altro. Mi piacerebbe che i genitori pensassero allo shopping, alle cene e agli amici e che gli alunni pensassero soprattutto a cosa faranno di bello al pomeriggio, dopo la scuola.
martedì 2 settembre 2014
collegio unitario
Primo collegio unitario dell'anno. Confermo la prima impressione: siamo parecchio diminuiti. Tra insegnanti di scuola media, elementare e materna occhio e croce la metà di 7-8 anni fa. Anche i soldi a disposizione sono diminuiti, ma nessuno ne parla perché di questi tempi non va di moda: abbiamo un lavoro sicuro (forse) e lavoriamo poco (dicono); chiedere aumenti sarebbe maleducato; chiedere di essere pagati per attività aggiuntive rispetto il contratto suona come una pignoleria da basso livello. Allora stiamo zitti, ma rimaniamo in silenzio anche quando si elencano gli incarichi per i quali qualcuno si dovrebbe offrire volontario. Ce ne sono tanti, quelli sembrano proliferare mentre tutto il resto si assottiglia. Siamo diventati tutti generali, ride un collega, ma mancano i soldati semplici. Ci sono tante cose da fare. In sintesi dobbiamo coordinarci per un sacco di progetti attraverso i quali fornire ogni possibile opportunità ai nostri alunni: orientarli alla consapevolezza di sè, educarli ad essere cittadini (europei, se possibile), disattivare in loro i tic degli stereotipi di genere (con voce professionale una esperta ricorda i femminicidi estivi), incentivare il loro rispetto per l'ambiente e la raccolta differenziata, motivarli a riconoscere le varie forme di illegalità in particolare di tipo mafioso, sviluppare le loro potenziali musicali troppo spesso trascurate, sensibilizzarli verso l'archeologia e la tutela del territorio, indirizzarli a stili di vita sani intrecciando sport e alimentazione, renderli consapevoli dei problemi delle dipendenze. Naturalmente tutte questo deve rientrare nella didattica quotidiana e intrecciarsi con l'insegnamento delle discipline tradizionali: leggere e capire, per dirne una, fare calcoli, parlare almeno una lingua, sapere qualcosa di geografia.
Le sorti del futuro capitale umano sono nelle nostre mani, non ci sono scuse: chi non alza la mano per offrirsi a lavorare di più si vergogna e cerca di non farsi notare. Fino all'anno scorso era così, per lo più: quest'anno mi sembra che ci sentiamo un po' meno in colpa.
Le sorti del futuro capitale umano sono nelle nostre mani, non ci sono scuse: chi non alza la mano per offrirsi a lavorare di più si vergogna e cerca di non farsi notare. Fino all'anno scorso era così, per lo più: quest'anno mi sembra che ci sentiamo un po' meno in colpa.
lunedì 1 settembre 2014
primo settembre
Si torna al lavoro. Scuola secondaria di primo grado, cioè scuola media. Ci troviamo al bar per un caffè in gruppo ristretto, una promiscuità di maestre e professori. Obiettivo: parlare male di qualcuno e ridere molto di tutto. Una specie di rito scaramantico per credere che quest'anno la prenderemo così, in allegria.
Poi ognuno si ritira nelle riunioni iniziali delle singole scuole e allora il clima cambia.
Mi guardo attorno: l'impressione è che siamo rimasti in pochi, ma non è un'impressione, siamo davvero pochi, di età piuttosto avanzata e leggermente sclerotici. Si comincia.
Poi ognuno si ritira nelle riunioni iniziali delle singole scuole e allora il clima cambia.
Mi guardo attorno: l'impressione è che siamo rimasti in pochi, ma non è un'impressione, siamo davvero pochi, di età piuttosto avanzata e leggermente sclerotici. Si comincia.
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