Quando l'ingegnere è passato alla parte pratica ci siamo sintonizzati. Il simpatico signore, dopo aver provato a chiedere un grado di anarchia più accettabile, ci ha fornito una serie di pratiche ed elementari norme: camminate guardando dove mettete i piedi, non sollevate pesi superiori a tot, non aprite le finestre vicino ai ragazzi per evitare capocciate negli spigoli. Con raffinata astuzia retorica ha cominciato a parlare di indennizzi assicurativi appena si è reso conto che metà dei colleghi stava discutendo sul peso di una pila di libri; un piccolo gruppo era invece rimasto affascinato dalla questione, accennata dall'ingegnere, dell'aumento di carico sulla cervice relativamente proporzionato all'inclinazione del busto: qualcuno ha gridato che il carico è insostenibile, essendo da tempo tutti piegati ad una gradazione vicina all'angolo retto.
La questione dell'assicurazione ha riportato la calma per un attimo, eravamo tutti sinceramente interessati al valore di un nostro arto rotto o ai risarcimenti per un pallino di carta che si infila nell'occhio. Poi, la notizia bomba: l'assicurazione non copre i nostri infortuni sul lavoro se non sono strettamente correlati ad uno strumento utilizzato per la nostra mansione.
Nel delirio che è seguito i più razionali hanno provato a riflettere su come infilarsi la punta di un compasso in un orecchio se ci capitasse di scivolare a mani nude.
Fortunatamente l'ultima ora una deliziosa dottoressa ci ha parlato delle manovre di ostruzione in caso di soffocamento e alcuni hanno cominciato a fingere di aver ingoiato la caramella per dare a tutti la possibilità di applicare subito le nozioni apprese.
Siamo usciti dopo ore stremati, ma con una certezza: è sempre bene avere in borsa un paio di guanti usa e getta.

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